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Conversavano lietamente da un po’. Marta le raccontava delle prodezze del suo già grande figliolo laureato, così bravo e così ingegnere. L'orgoglio fluiva delicato e lento dai suoi periodi. Ignazia ascoltava, con attenzione sì, ma anche un po’ annoiata, la sua amica aveva poco altro da dire in tanti anni di frequentazione e ormai girava con una certa ritmata inquietudine il cucchiaino nella tazza del cappuccino slavato. Non era neanche il suo bar preferito.
Nel lento defluire delle innumerevoli qualità e conquiste, manco fosse Napoleone pensava, Ignazia sentiva qualcosa che le turbinava nelle viscere. Forse il cappuccino era davvero pessimo, o le paste di colori fluo?
Non ne era sicura ma c'era una sensazione strana, che non era dolore ma nemmeno piacere. Scandagliò in silenzio il suo interiore: problemi di respiro, circolazione, cuore, digestione, articolari… alla sua età sapeva già tutto dei micro acciacchi del suo corpo. Niente, non sapeva da dove venisse quel vibrare cauto, tipo un frullo di falena che lentamente si arrischiava ad aumentare forza e velocità.
Marta, seppure concentrata, si era accorta che l'amica era perplessa.
Le chiese se andava tutto bene, sinceramente interessata e chiaramente scocciata per l'interruzione del suo piacevole tessere lodi alle sue doti materne.
Ignazia la guardava senza vederla, fissava piuttosto la croce della farmacia pulsante di astruse teorie verde prato, leggeva l'ora e le scritte scorrevoli, scoprendo che sincronizzava col suo sentimento interno.
Poi spostò gli occhi sui passi della gente, di un anziano lento, e riuscì ancora a sentire le ali con il ritmo esatto a quel lento strascinare.
Che sia labirintite? Schizofrenia? Sinestesia?
Era troppo razionale per godersi quel vago trip allucinogeno.
Dopo pochi minuti, aprì la bocca.
Disse qualcosa
Scusa Marta, ero distratta
La risacca della vita
Mi ha riportata a riva
Mise le mani alla bocca, allarmata, con gli occhi spalancati. Non voleva dire quello! Fissando ancora la luce intermittente, riprovò, con un filo di voce, stringendo la collana come per aggrapparsi a qualcosa di solido e duro.
Marta, mia amica verace
Sei cara, ma troppo loquace
Di tuo figlio racconti ogni volta
È un santo, un papa, un re
Che dici di cambiar discorso talvolta?
Ora il panico era davvero puro. Non solo si esprimeva come un cattivo poeta di siti amatoriali, pure aveva detto ciò che teneva in serbo per cortesia da almeno quindici anni!
Grosse perle di lacrime si formarono rotolando veloci sulle gote sciupate. Il pulsare frullante ormai le riempiva ogni parte, ne sentiva il suono nelle orecchie e l'amica la guardava con orrore e disprezzo.
Marta si alzò, muta e cinerea, con la borsa in mano si avviò lesta sul marciapiede.
Ignazia aveva timore di dirle qualcosa, sicuro sarebbe stato un disastro su catastrofe. La seguì con gli occhi, quietamente disperata. Lasciò i soldi sul tavolino.
Alzandosi, provò la netta sensazione di avere acquisito una qualche forma di incapacità obiettiva, un disturbo psichiatrico, qualcosa di molto ottocentesco e superfluo, tipo malinconia o cose del genere.
Guardando una vetrina di oggetti per la casa, mentre si affrettava in qualche rifugio nascosto, disse tra sé
Io non so che fare
L'unica amica che avevo
Ho tagliato e ferito il suo cuore
Ed ora sono sola
Ed ora sono persa
Nel blu di una tovaglia
Nel giallo di un bicchiere
Si sedette di schianto sul marciapiede. Ne aveva sentito parlare, ma non voleva crederci.
*
Dopo qualche mese, di fronte al suo computer di casa - un cassone risalente ai primi anni Duemila, un brontosauro tecnologico che faceva gli stessi versi e dell’esatto colore indefinito - la luce di un sito per scrittori amatoriali lampeggiava tiepida sui suoi occhiali da presbite. E come lei, migliaia di altri collegati dalle loro preistoriche macchine, si affannavano a riversare in versi sghimbesci e talvolta leggibili, il frullo continuo che li attraversava.
La città ne era invasa. Nessuno più riusciva a smettere di vedere colori di iridescenze pulsanti attorno alle cose, in ritmi nuovi e imprevedibili. Ignazia si era ormai rassegnata: quella bolla colorata e leziosa non l'avrebbe lasciata, e anzi sperava non scoppiasse. La malattia poetica era in lei, e nessun vaccino l'avrebbe debellata, al massimo sopita.
I suoi conoscenti, anche il marito, si erano rassegnati a sentirla parlare in versi, per metafore, aforismi e similitudini. Le avevano regalato antologie e dizionari e libri d'arte. Pian piano le sue parole avevano acquisito musicalità e grazia. Ormai, anche alle poste parlava per versi, da questo male non si guarisce, sapeva, si può solo conviverci al meglio che si riesce.
Mi scusi, gentile impiegato
Un frale pacchetto di sogni gialli
Dovrei ritirare, sa mica quante
Ali di farfalla mi costa e quante speranze
Ho di trovarlo intatto di beltà?
*
Sul monitor lampeggiava in un documento Word, poco prima della sua uscita dalla stanza, dove sempre dimenticava il computer acceso:
Marta, dolce amica, mi scuso
Questa lettera è un presagio
E vorrei ti fosse chiaro
Che sono afflitta da un morbo nuovo:
La malattia d'esser viva e nuda
Allo specchio del creato.
Ti voglio bene, e sempre te ne vorrò
Tu che lampeggi innocente
Di rosa e dolci colazioni nuove.